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lunedì 12 gennaio 2026
Di Avv. Gianni Dell'Aiuto

Tra i tanti paradossi attraversano la nostra società digitale, ne troviamo uno su cui ci fermiamo poco a riflettere fina a quando non ci sbattiamo contro e, magari ce lo ricorda una sentenza.
Conserviamo miliardi di dati destinati a non servire più a nessuno: account inattivi, caselle di posta che non riceveranno mai risposta, archivi personali di chi non c’è più, informazioni raccolte durante la navigazione dei nostri siti e tutto ciò che passa sulla rete. Sono tracce di vita che diventano rapidamente inutili e, se vogliamo dirla tutta, persino pericolose.
Perché, oltre a occupare spazio nei server, rappresentano vulnerabilità, occasioni di violazione, rischi di accesso improprio. E detenzione senza più titolo di beni altrui di alto valore non solo affettivo. Ce lo ha ricordato il Tribunale di Venezia, con un’ordinanza del giugno 2025, secondo la quale i dati personali non si dissolvono con la morte e che gli eredi hanno diritto a subentrare nella loro gestione.
Una decisione importante, in linea con un lacunoso dettato normativo, che lascia senza risposta una domanda che le aziende e gli operatori della privacy dovrebbero porsi: cosa accade se il titolare dei dati non ha mai detto chiaramente cosa voleva per “dopo”?
È qui che nasce il tema di quello che viene chiamato testamento digitale e che io ritengo – ma è solo una mia opinione personale- che dovremmo chiamarlo “Testamento del Digitale” o, forse meglio “Testamento dello IO Digitale”.
Per saperne di più > La protezione del dato di chi non c'è più
Una piattaforma che chieda espressamente, al momento dell’iscrizione o durante l’utilizzo, cosa fare dei dati in caso di una inattività prolungata e ben definita, ovvero in caso di decesso, si porrebbe sicuramente su un piano etico superiore. Dimostrerebbe di avere tra i propri valori la Digital trust, un qualcosa di cui molte aziende sembrano proprio non curarsi.
Ma non solo: un’azienda così migliorerebbe la propria gestione interna, ridurrebbe il rischio di contenziosi, alleggerirebbe i server da informazioni inutili e costruirebbe fiducia. Un sì o un no, espresso dall’utente, varrebbe più di mille ordinanze e sentenze. Ed è pronto quando viene richiesto non solo come prova precostituita in un giudizio ma anche, e principalmente, come forma di dissuasione per chi volesse iniziare un contenzioso.
È anche una delle attività che rientrano nel perimetro della Cybermetrica; questa semplice strategia di gestione proattiva del dato in un’ottica di gestione aziendale ci insegna che non esistono dati neutrali. Ogni informazione conservata ha un costo e un rischio, oltre che un valore. Un archivio di ricordi digitali senza destinatario non è più patrimonio, ma zavorra.
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E allora il passo avanti non è tecnico, ma culturale: trasformare il diritto all’autodeterminazione digitale in prassi quotidiana, prima che sia un giudice a dover supplire a questa mancanza. Farsi pionieri di questo cambiamento significherebbe non solo migliorare la gestione interna della propria azienda, ma anche porsi come apripista di un’evoluzione legislativa necessaria.
E il primo passo è semplice: chiedersi se un dato serve davvero. La differenza è netta: ci sono dati vivi, utili, che producono valore; dati morti, inutili e costosi; e dati pericolosi, che trasformano un archivio in un rischio.
Ma, attenzione, ricordiamo che il pericolo più grande è la tentazione di monetizzare ciò che non ti appartiene: vendere dati di utenti inattivi, magari usati per addestrare intelligenze artificiali, significa trattare beni altrui, o magari di eredi "nervosi", senza consenso. E, un'altra domanda da porsi, è sull' ipotesi (reale) che quegli stessi dati erano stati, lecitamente, concessi a società di profilazione e marketing. le avvertite che non possono più farlo?
In fondo, è come vendere la casa del vicino solo perché è vuota: rimane furto, anche se travestito da business.
La morte digitale non è un tabù. È un dovere di trasparenza e di responsabilità. E forse, nel futuro prossimo, sarà proprio l’etica della gestione dei dati a fare la differenza tra un colosso che ispira fiducia e uno che genera solo sospetto.
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