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giovedì 17 settembre 2026
di Alessandro Papini - Presidente AIP

"Revolut hackerata". L'abbiamo letto ovunque, o quasi, ripetuto da una testata all'altra con la stessa sicurezza. Peccato che non sia andata così. Nessuno ha bucato i sistemi della banca: i dati sono usciti perché qualcuno ha scritto a Revolut da una casella PEC dello Stato e Revolut ha risposto. Se c'è un sistema violato in questa storia, non sta a Londra, sta in una Prefettura italiana. Ed è da qui che conviene partire, perché sbagliare la diagnosi significa sbagliare anche la cura.
Revolut ha dichiarato che la propria infrastruttura e i fondi dei clienti non sono stati toccati. Nessuno ha forzato i sistemi della banca.
Gli attaccanti hanno invece inviato richieste di dati presentandosi come Polizia Postale. Le richieste partivano da una casella PEC reale della Prefettura di Reggio Calabria, entilocali[.][email protected] e sono state distribuite nell'arco di circa sei mesi. La banca le ha ritenute autentiche e ha consegnato i dati di 680 clienti:
Il gruppo di cyber attaccanti che rivendica l'operazione, "I Am Not A Villain", ha chiesto un riscatto di 3 milioni di dollari. Sostiene inoltre di possedere 147 GB di dati, tra cui documenti interni e chat di agenti di istituzioni italiane. Su questo punto sono in corso verifiche.
Sul fronte delle indagini e delle autorità:
Nel circuito PEC un mittente non si "clona" (o almeno è molto molto complesso). La busta di trasporto è firmata dal gestore e lo scambio avviene solo tra gestori accreditati. Se i messaggi sono partiti da un indirizzo @pec.interno.it qualcuno, molto probabilmente, ha avuto accesso a una casella reale.
Come sia avvenuto lo stabiliranno gli investigatori. Resta aperto, ad esempio, se la casella fosse protetta da autenticazione a due fattori. Il dato di fondo però è chiaro: il punto di ingresso è stato un'utenza istituzionale.
Questo porta allo scoperto un equivoco diffuso. La PEC certifica l'invio, la consegna e l'integrità del messaggio. Non certifica chi sta usando la casella, né la legittimità di ciò che viene chiesto. Proprio perché è percepita come inattaccabile, una casella PEC compromessa diventa lo strumento d'inganno più credibile che esista.
Revolut non è stata violata, ma la verifica delle richieste ha mostrato dei limiti. I segnali d'allarme c'erano:
Il GDPR chiede al titolare del trattamento misure tecniche e organizzative adeguate al rischio. Documenti d'identità e storici finanziari completi non possono essere consegnati sulla sola base del canale di provenienza, per quanto certificato. Una verifica fuori banda, cioè un contatto con l'ufficio richiedente tramite un recapito ufficiale reperito autonomamente, avrebbe con buona probabilità interrotto la catena.
Il caso riguarda chiunque riceva richieste di dati da autorità pubbliche: banche, operatori telefonici, piattaforme digitali, ma anche PMI e studi professionali.
Questa vicenda non ha bisogno di colpevoli da additare, ma di una lezione da trattenere: la fiducia in un canale non sostituisce mai la verifica di una richiesta.
La sicurezza dei dati è una catena in cui ogni anello deve reggere da solo, senza dare per scontata la solidità degli altri. Chi gestisce una casella istituzionale deve proteggerla come un bene pubblico. Chi riceve una richiesta deve verificarla anche quando arriva dal mittente più autorevole possibile.
Quando ciascuno custodisce il proprio anello, anche la compromissione di uno solo non basta a spezzare la catena.
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