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Il Garante Irlandese intima lo stop al trasferimento dati negli USA: Facebook presenta ricorso


martedì 15 settembre 2020
di s-mart.biz



 

Il Garante per la protezione dei dati personali dell'Irlanda ha inviato a Facebook pochi giorni fa un ordine preliminare di sospensione del trasferimento dei dati dei cittadini UE in server negli Stati Uniti. E' la prima volta in assoluto che un Authority nazionale prende una simile decisione, maturata in conseguenza della sentenza cosidetta "Schrems" e della decisione della Corte di Giustizia Europea di invalidare il Privacy Shield.

La notizia è stata data in esclusiva dal Wall Street Journal, che ha spiegato come Facebook si trovi costretta a riprogettare parte del suo servizio per interrompere del tutto la raccolta dati dei cittadini europei oppure a trovare un meccanismo per isolare questi dati. In caso di mancato rispetto delle indicazioni del Garante irlandese, Facebook rischia multe fino al 4% del fatturato annuale aziendale come previsto dal GDPR.

L'ordine di sospensione del trasferimento è preliminare, quindi ancora le condizioni non sono stabilite e potrebbero esserci cambiamenti: il Garante ha concesso a Facebook di rispondere entro metà Settembre, con l'idea di inviare la bozza dell'ordine al resto dei paesi UE il 26 Settembre. Insomma, siamo di fronte ad una partita che non interessa solo Facebook, ma potenzialmente anche Amazon, Apple, Microsoft, Google e altre aziende e gli altri stati europei.

Zuckerberg presenta ricorso
Prima che l'ordine entri in vigori potrebbero passare mesi, quindi Facebook ha deciso di presentare ricorso al tribunale, cercando di ottenere la revisione dell'ordine a partire da un cavillo: il Garante irlandese, sostiene Big F, ha annunciato il suo ordine preliminare prima di ricevere il via libera da parte della commissione dei Garanti UE.

Il ricorso contiene comunque un appello nel quale Zuckerberg chiede esplicitamente all'UE di adottare “approccio pragmatico e proporzionato fin quando non sarà raggiunta una soluzione di lungo termine”, cioè una serie di previsioni "salvagente" finchè non si giungerà ad un nuovo accordo tra Stati Uniti ed UE. Del resto Facebook ha sottolineato ai regolatori come l'economia europea rischi seri danni in caso di stop ai trasferimenti di dati a livello internazionale senza una precisa.

1 a 0 per gli attivisti privacy, ma la partita riguarda tutta Europa
L'ordine di sospensione del trasferimento dati nei fatti rappresenta una vittoria per gli attivisti pro privacy: l'ONG NOYB infatti ha presentato ben 101 reclami contro Facebook e Google proprio in conseguenza dell'invalidazione del privacy Shield, sostenendo come le due big Tech stiano comunque trasferendo i dati negli Stati Uniti. Per questo l'EDPB ha perfino deciso di costituire una apposita task force che valuti i singoli reclami.

Ma sono almeno altre due le possibili angolazioni dalle quali guardare questa vicenda, ovvero calandosi nei panni delle aziende e degli altri stati dell'UE: la decisione, dal punto di vista legale, avrà risvolti in tutti gli Stati Membri aderenti al GDPR, mentre per le aziende il vuoto normativo che si è creato rende assai difficile garantire la sicurezza del dato. D'altra parte difficilmente le aziende potranno sospendere davvero il trasferimento dei dati verso server USA, a meno di non incorrere in gravi danni economici: la palla torna agli Stati e alle Authority, nell'urgenza di sostituire il Privacy Shield (come fu ai tempi col Safe Harbor) con un accordo più avanzato, migliorativo e che rispetti vincoli e principi del GDPR.




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