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lunedì 3 agosto 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto

Per anni abbiamo associato il GDPR solo ed esclusivamente alla protezione dei dati personali. Poi si è iniziato a vederlo come strumento di gestione d’impresa e attuazione del dettato dell’art. 2086 CC anche se il percorso è lungo.
Oggi, però, anche il panorama normativo europeo sta cambiando profondamente e la conformità non riguarda più soltanto il modo in cui un'organizzazione raccoglie, utilizza e conserva i dati, ma anche il modo in cui comunica con il mercato.
Con il decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, l'Italia ha recepito la Direttiva (UE) 2024/825, nota come Empowering Consumers Directive, introducendo nuove regole contro il greenwashing e rafforzando la disciplina delle pratiche commerciali scorrette previste dal Codice del Consumo. Le nuove disposizioni entreranno in piena applicazione il 27 settembre 2026, in linea con il calendario europeo.
La domanda che un DPO o un professionista della privacy potrebbe porsi è semplice: che cosa c'entra tutto questo con il GDPR?
La risposta è altrettanto semplice: giuridicamente poco, strategicamente molto.
Il decreto non modifica il Regolamento (UE) 2016/679, non attribuisce nuovi compiti al Responsabile della protezione dei dati e non introduce ulteriori obblighi in materia di trattamento dei dati personali. Tuttavia, rappresenta un ulteriore tassello di un fenomeno che negli ultimi anni è diventato evidente: l'Unione europea sta costruendo un sistema normativo fondato sulla trasparenza, sulla verificabilità delle informazioni e sulla responsabilizzazione delle organizzazioni.
Lo stesso approccio che il GDPR ha introdotto con il principio di accountability oggi si ritrova, con strumenti diversi, in molte altre discipline: AI Act, NIS2, Digital Services Act, Data Act e, ora, anche nella regolamentazione delle dichiarazioni ambientali rivolte ai consumatori.
Il messaggio rivolto alle imprese è chiaro: non basta più essere conformi nella gestione dei dati. Occorre dimostrare che anche le informazioni comunicate al mercato siano corrette, documentabili e verificabili.
Per chi opera nella privacy questo significa ampliare la propria prospettiva. Il DPO, il Privacy Manager o il consulente dovranno essere coinvolti in tavoli di lavoro insieme ai responsabili marketing, ESG, compliance, cybersecurity e intelligenza artificiale.
E ciò non perché debbano validare uno slogan pubblicitario, ma perché i principi di trasparenza, correttezza, documentazione e governance stanno diventando comuni a gran parte della regolazione europea.
Il decreto legislativo n. 30/2026 rappresenta quindi un segnale importante. La compliance europea sta evolvendo da un insieme di adempimenti settoriali verso un modello integrato di governo dell'organizzazione, nel quale privacy, sicurezza, intelligenza artificiale, sostenibilità e tutela del consumatore condividono un obiettivo comune: rafforzare la fiducia.
Forse è proprio questa la riflessione più interessante per chi si occupa oggi di protezione dei dati personali. Il GDPR non è più un'isola normativa, ma uno dei pilastri di un ecosistema europeo nel quale il valore centrale non è soltanto la privacy, bensì la Digital Trust o Fiducia Digitale.
Il compito dei professionisti privacy non sarà, quindi, certificare la fondatezza scientifica di un claim ambientale, ma contribuire a costruire una governance che assicuri trasparenza, tracciabilità, documentazione e accountability.
Al tempo stesso, dovrà evitare un errore sempre più frequente: trasformare il "green" in una nuova etichetta dietro cui nascondere pratiche poco trasparenti.
Così come il GDPR non può essere utilizzato come pretesto per negare diritti o informazioni che la legge impone di fornire, allo stesso modo la sostenibilità non può diventare una semplice strategia di marketing priva di adeguati riscontri oggettivi. La fiducia del consumatore si costruisce con prove, procedure e verifiche, non con slogan.
Ed è probabilmente questa la vera direzione della compliance europea dei prossimi anni.
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