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lunedì 30 marzo 2026
Di Avv. Gianni Dell'Aiuto

La vicenda del professor Schettini, il docente de “La fisica che ci piace”, finita al centro dell’attenzione mediatica per quello che alcuni hanno definito uno scandalo, offre, al netto delle dinamiche personali e mediatiche, uno spunto troppo prezioso per chi si occupa di protezione dei dati e cultura digitale per essere liquidato come semplice cronaca. Non si tratta solo di ascesa e caduta, ma di struttura e fiducia. Due parole che, nel mondo della protezione dei dati, hanno un peso specifico.
Un docente, un divulgatore, un volto pubblico che cresce grazie ai social non è più soltanto una persona che utilizza il web. Diventa, di fatto, un trattamento continuo di dati. Espone sé stesso, raccoglie attenzione, genera interazioni, produce contenuti che vengono archiviati, replicati, commentati.
Attorno a lui si forma progressivamente un ecosistema informativo fatto di follower, piattaforme, algoritmi, sponsor e media tradizionali che non possono ignorarne la presenza.
Il successo digitale è un moltiplicatore. Ma ogni moltiplicatore amplifica anche il rischio. La reputazione, oggi, è un dato. Non soltanto in senso metaforico. È un’informazione collettiva che circola, si consolida e, sempre più spesso, si trasforma in valore economico. È ciò che consente a una figura pubblica di costruire credibilità, attrarre attenzione, generare opportunità. Quando qualcosa si incrina, la caduta non è più soltanto personale o professionale. È digitale.
Si materializza in articoli, commenti, rilanci, meme, interpretazioni, discussioni che si moltiplicano nel tempo. La rete non dimentica. E soprattutto non rallenta.
Per chi si occupa di protezione dei dati il punto non è esprimere un giudizio morale sulla persona o entrare nella polemica. Il punto è comprendere che la trasformazione di un individuo in brand comporta responsabilità sistemiche.
Quando cresce la visibilità, cresce anche l’esposizione. Quando aumenta l’audience, aumenta inevitabilmente la quantità di dati trattati, propri e altrui.
Un divulgatore educativo, ad esempio, non gestisce soltanto la propria immagine. Interagisce con studenti, minori, famiglie. Risponde a messaggi, riceve confidenze, pubblica contenuti che possono includere riferimenti personali o situazioni riconducibili a terzi. Ogni interazione è un trattamento. Ogni pubblicazione è una diffusione.
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Il GDPR non nasce per disciplinare la notorietà. Tuttavia, entra in gioco quando la notorietà si trasforma in attività continuativa, organizzata e potenzialmente economica. La linea che separa spontaneità e organizzazione è sottile, ma giuridicamente decisiva. Esiste poi un aspetto ancora più delicato: la fiducia.
La protezione dei dati si fonda su un principio tanto semplice quanto rigoroso: la correttezza. L’interessato deve sapere cosa accade alle proprie informazioni, perché accade e entro quali limiti. Quando una figura pubblica diventa punto di riferimento per una comunità digitale, si crea inevitabilmente un affidamento. Non solo sui contenuti che vengono diffusi, ma sull’intero ecosistema comunicativo che ruota attorno a quella presenza online.
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Se quella struttura non è solida sotto il profilo organizzativo, legale ed etico, una crisi reputazionale non resta confinata all’immagine. Può generare conseguenze più ampie: segnalazioni, richieste di accesso ai dati, contestazioni sull’uso delle informazioni, possibili responsabilità nei confronti di terzi.
La stagione degli influencer è veloce. La stagione della compliance non lo è. La prima può costruirsi in pochi mesi, talvolta in poche settimane. La seconda richiede progettazione, consapevolezza, regole interne, capacità di comprendere che l’esposizione digitale non è solo comunicazione, ma anche gestione di flussi informativi. La lezione che emerge da vicende di questo tipo è relativamente semplice.
La cultura della protezione dei dati non è un insieme di adempimenti burocratici. È cultura della struttura. È la capacità di comprendere che ogni esposizione digitale è anche un trattamento informativo e che ogni ecosistema comunicativo porta con sé responsabilità organizzative.
Salire è facile quando l’algoritmo spinge. Restare richiede governance. E la governance, nel mondo digitale, passa anche dalla consapevolezza di ciò che si raccoglie, si conserva e si diffonde. In fondo, la privacy è questo: costruire strutture capaci di reggere anche quando la stagione cambia. Perché la visibilità può essere effimera. La responsabilità, no.
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