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Dal diritto alla privacy alla governance dell’uomo digitale


lunedì 2 marzo 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto



L’errore più frequente quando si parla di privacy è pensare che sia l’equivalente di “Sono affari miei e li dico a chi voglio io”. O, dal punto di vista di un’impresa solo una legge o, peggio, un costo. In realtà la privacy non è mai stata una regola tecnica, ma una domanda sull’uomo. È nata come reazione culturale, si è trasformata in concetto giuridico e oggi rischia di dissolversi in una checklist. È qui che nasce l’uomo dell’era digitale; quello sempre connesso che io chiamo Homo Googlis. E non è solo una questione di smartphone come prolungamento della mano. È un uomo che delega la comprensione del mondo, e di sé stesso, agli algoritmi, che confonde informazione con conoscenza e tutela con consenso. Un uomo che accetta condizioni che non legge, che affida la propria identità a sistemi che non governa, convinto che basti una casella spuntata per essere al sicuro.

Dall’Homo Googlis al limite del consenso: la privacy come perdita di controllo

Il diritto ha cercato di inseguire questa trasformazione con strumenti sempre più sofisticati, ma spesso ha confuso i piani. La protezione dei dati personali è diventata sinonimo di privacy, mentre in realtà ne rappresenta solo una porzione, per di più strumentale. Il GDPR ha portato ordine, metodo e responsabilità, ma non ha risolto il nodo centrale: chi governa le informazioni che ci riguardano quando non sono più riconducibili a un nome, quando sono inferenze, profili, previsioni? Chi tutela la persona quando il trattamento è formalmente lecito ma sostanzialmente invasivo? È in questo spazio che la privacy, intesa come diritto a essere lasciati soli, mostra tutta la sua inadeguatezza.

L’Homo Googlis non è violato solo quando qualcuno entra nella sua sfera privata, ma quando viene orientato senza accorgersene. Quando non è osservato, ma anticipato. Quando non subisce un danno evidente, ma una progressiva erosione del controllo. Per questo la privacy, oggi, non può più essere letta come segretezza o anonimato. Deve essere ripensata come diritto al controllo sulle informazioni personali, anche quando non sono immediatamente identificative, anche quando non rientrano comodamente nelle definizioni normative.

Un compito a volte non compreso appieno neanche da molti operatori del settore che sono considerati specialisti di moduli o di informative e non come figure di governo; professionisti che comprendono come il rischio non nasce dalla violazione palese, ma dall’organizzazione e riescono a leggere i processi prima delle sanzioni, le interdipendenze prima dei reclami, gli effetti reputazionali prima delle contestazioni. Un consulente privacy non può limitarsi a chiedere solo se un trattamento è lecito, ma se è opportuno, sostenibile, coerente con l’identità dell’impresa. Perché il vero problema non è tanto essere compliant oggi, quanto essere difendibili domani.

Cybermetrica: integrare dati, diritto e strategia per una nuova governance

Deve essere letta la realtà con un metodo e un approccio che integra dati, diritto e strategia per trasformare obblighi normativi in scelte di governo. La definisco Cybermetrica, un framework che non si limita a misurare ciò che è stato fatto, ma cerca di anticipare ciò che accadrà. Non guarda solo al dato personale, ma all’ecosistema informativo in cui l’azienda opera. Non separa privacy, sicurezza, organizzazione e reputazione, perché sa che nella realtà sono già fuse. 

In questo senso, Homo Googlis è il contesto umano, il nuovo essere umano che, per definizione, è non un cliente ma il target di mercato e l’oggetto di profilazione, ma anche il produttore di informazioni che sono la materia prima di internet e il carburante che alimenta l’intelligenza artificiale. I consulenti, che siano avvocati, ingegneri o informatici, sono gli intermediari del sistema e Cybermetrica può essere il metodo. Tre piani diversi, ma comunicanti. Ignorarne uno significa rendere fragili gli altri. Continuare a parlare di privacy come se fossimo ancora nell’era del “diritto a essere lasciati soli” equivale a governare il traffico aereo con il codice della strada. L’uomo digitale non ha bisogno di più norme, ma di più consapevolezza e di una governance capace di vedere prima, non solo di reagire dopo.

La vera sfida, oggi, non è dimostrare di aver rispettato una regola, ma di aver capito il sistema. E chi governa un sistema senza comprenderne l’impatto, prima o poi ne subisce le conseguenze.




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