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Dall’adempimento formale all’architettura del sistema


giovedì 12 febbraio 2026
di Avv. Gianni Dell'aiuto




Secondo le più recenti rilevazioni dell’ISTAT e le valutazioni diffuse dalle principali agenzie di rating, negli ultimi anni l’Italia ha mostrato segnali di maggiore stabilità e affidabilità sul piano macroeconomico, in particolare per quanto riguarda la gestione dei conti pubblici e la sostenibilità complessiva del quadro finanziario. Si tratta di indicatori che, al di là delle interpretazioni politiche, attestano una ritrovata attenzione alla disciplina e alla prevedibilità delle dinamiche economiche generali.

Tuttavia, le stesse fonti statistiche ufficiali mostrano come questo miglioramento sul piano macro non si traduca automaticamente in un rafforzamento della capacità strutturale del sistema economico di rigenerarsi. I dati sulla demografia d’impresa e sulla dinamica del tessuto produttivo indicano infatti che il rinnovamento delle attività economiche, la trasformazione dell’innovazione in crescita organizzata e la capacità di assorbire il rischio in modo sistemico restano processi fragili e discontinui. 

Da qui una distinzione che non è politica, ma metodologica: la stabilità dei numeri non coincide necessariamente con la capacità di trasformare informazione, ricerca,  capitale e rischio in decisioni strutturate. Ed è una distinzione che ricorre in molti ambiti, ben oltre l’economia.

Oltre la stabilità formale: il parallelo tra macroeconomia e protezione dati

La si ritrova in modo quasi speculare nel modo in cui, in tante organizzazioni, viene vissuta la protezione dei dati personali. Anche qui esiste una stabilità formale. Documenti corretti, informative aggiornate, consensi raccolti, registri compilati. Tutto è “a posto”. Ma spesso manca il passaggio decisivo: trasformare quella conformità in un sistema che governi davvero i dati. La privacy diventa una superficie ordinata, non una struttura decisionale. È presente come forma, non come funzione.

Il parallelismo è diretto. Come il Paese riesce a essere credibile nei numeri senza riuscire sempre a costruire dinamismo reale, così molte aziende riescono a essere compliant senza costruire una vera governance dell’informazione. Le regole funzionano quando diventano infrastruttura. Quando modellano i processi, orientano le decisioni, impongono responsabilità. Quando restano isolate, producono solo adempimento. È una differenza sottile, ma decisiva tra rispettare una norma e usarla per governare la complessità.

Dal dato come oggetto giuridico alla privacy come strategia di governo

Nella privacy questo è evidente. Se il dato resta un oggetto giuridico da proteggere, la disciplina rimane difensiva. Se il dato diventa un elemento strutturale del funzionamento dell’organizzazione, la privacy diventa strategia. Diventa capacità di sapere cosa circola, perché circola, che effetti produce e chi ne risponde.

Lo stesso vale per l’innovazione. Se è una somma di misure, resta episodica, ma se diventa struttura di decisione si trasforma in sviluppo. In altre parole, un cambio di approccio:

  • dal rispetto alla responsabilità;
  • dalla compilazione alla progettazione;
  • dalla conformità alla consapevolezza del potere che l’informazione esercita.

Per questo la protezione dei dati personali è, oggi, molto più di una disciplina tecnica. È un test di maturità istituzionale. Mostra se un’organizzazione è capace di trasformare una regola in una capacità di governo oppure se si limita a certificare la propria correttezza formale. Lo stesso varrà, forse ancora di più, per la NIS2.
Un sistema che sa produrre documenti ma non decisioni è stabile solo in apparenza; ordinato, ma non è dinamico; conforme, ma non è governato. La privacy insegna che la differenza tra forma e sostanza non è un dettaglio giuridico. È il confine tra amministrare il presente e costruire il futuro. 




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