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La Privacy dello studio medico


giovedì 5 febbraio 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto



 

Un tempo lo studio medico era un luogo chiuso e uno spazio fisico delimitato, fondato quasi esclusivamente sul rapporto diretto tra medico e paziente, dove la riservatezza era garantita più dall’ambiente che da regole formali. I dati esistevano, ma erano contenuti in cartelle cliniche, archivi cartacei, conversazioni riservate. Il rischio era concreto, ma circoscritto alle segretarie che tenevano aperti i registri degli appuntamenti, le cartelle in bella vista sulle scrivanie. 

Oggi è, purtroppo, ancora così. Pur in vigore del GDPR, molti studi sono ancora non proprio conformi, ma i rischi sono aumentati esponenzialmente. E i dati sanitari sono tra i più interessanti per i pirati della rete.

Dalla cartella clinica all’ecosistema digitale: il nuovo rischio organizzativo

Referti digitali, software gestionali, mail, piattaforme regionali, cloud, comunicazioni informali, recensioni online, intelligenza artificiale, pazienti che arrivano “informati da Internet”. Lo studio medico opera dentro un ecosistema digitale complesso, frammentato, interconnesso. La medicina resta una professione, ma la gestione delle informazioni sanitarie è ormai un’attività organizzativa a tutti gli effetti. Questo non significa trasformare il medico in un imprenditore nel senso commerciale del termine, ma accettare una realtà semplice: chi tratta dati, soprattutto dati sanitari, governa un rischio, e il rischio va gestito.

Nell’epoca degli algoritmi, il problema raramente nasce dall’atto medico in sé. Nasce quasi sempre da tutto ciò che lo circonda: da come i dati circolano, da chi vi accede, da come si comunica con il paziente, da quanto è facile che un errore banale si trasformi in un reclamo, in una segnalazione al Garante, in un contenzioso. È qui che oggi si gioca la vera partita della privacy in ambito sanitario, non nella qualità clinica della prestazione, ma nella qualità dell’organizzazione che la sostiene.

La prevenzione come scudo: oltre la burocrazia del GDPR

Per questo uno studio medico, piccolo o grande che sia, deve essere governato con metodo. Non con burocrazia, ma con consapevolezza. I primi passi non richiedono investimenti straordinari, ma scelte minime, proporzionate e responsabili. Una delle più frequenti riguarda l’uso di strumenti nati per la comunicazione personale, come WhatsApp. Non è uno strumento “vietato” in astratto, ma è strutturalmente inadatto alla gestione ordinata dei dati sanitari: non offre una reale tracciabilità organizzativa, favorisce la confusione tra sfera privata e professionale, rende difficile dimostrare chi ha avuto accesso a cosa e quando. La comodità, in questo contesto, diventa rapidamente esposizione.

Allo stesso modo, è essenziale sapere con precisione dove transitano i dati del paziente. E-mail, gestionali, cloud, segreteria, collaboratori: se il percorso dell’informazione non è chiaro, il rischio esiste già, anche senza incidenti evidenti. Il primo passo non è cambiare tutto, ma capire. Mappare significa rendere visibile ciò che oggi è dato per scontato: chi accede, con quali strumenti, in quali momenti, con quali responsabilità.

Per saperne di più > GDPR e medici: quando le ricette girano su WhatsApp (senza privacy)

Un altro passaggio spesso sottovalutato è la riduzione dei canali inutili. Ogni strumento in più è un punto di esposizione in più. Ogni accesso non necessario è un rischio evitabile. La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione delle procedure, ma dalla semplificazione governata. Meno passaggi, meno soggetti coinvolti, meno copie dei dati significa meno possibilità di errore.

Grande attenzione va poi riservata alla comunicazione con il paziente. Molti problemi non nascono dalla cura, ma dalle aspettative. Messaggi informali, risposte frettolose, comunicazioni non tracciate possono trasformare un equivoco in una contestazione. Questo è ancora più delicato quando la comunicazione passa dalla segreteria, che ha il compito di gestire appuntamenti e organizzazione, non quello di entrare nel merito dello stato di salute o delle terapie. Chiarezza, coerenza e tracciabilità non tutelano solo il paziente, tutelano prima di tutto il medico. Esistono troppe offerte per sollecitare causa di malasanità e, i medici lo sanno, le assicurazioni aumentano i prezzi. Ma nessuna assicurazione sostituisce una cattiva organizzazione. La prevenzione resta la forma di tutela più efficace, anche quando si arriva a un contenzioso, perché dimostra che lo studio non si è limitato a reagire agli eventi, ma ha cercato di governarli.

Il GDPR, in questo senso, non è un obbligo burocratico né un modello da copiare e incollare. È un’architettura. Serve a far emergere i punti di esposizione prima che diventino problemi, a ridurre il rischio inutile, a lavorare con maggiore serenità senza snaturare il ruolo clinico del medico. Curare resta il centro di tutto. Ma intorno alla cura, oggi, serve governo. Serve consapevolezza organizzativa. Serve una consulenza qualificata che aiuti lo studio medico a restare ciò che è sempre stato: un luogo di fiducia. Solo che quella fiducia, oggi, passa anche dalla capacità di proteggere le informazioni, oltre che dalla qualità della cura.




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