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Feti sepolti e nomi delle madri: una vicenda molto triste e non solo per la Privacy


lunedì 5 ottobre 2020
Avv. Gianni Dell’Aiuto





Le fotografie pubblicate con particolare enfasi da giornali e siti di informazione online lasciano pochi dubbi sulla veridicità del fatto: tombe di feti indicanti il nome della madre, palesemente contro la volontà delle stesse. Da quanto riportano le cronache, infatti, nessuna delle donne coinvolte nella vicenda ha mai prestato un consenso correttamente formato. Anzi, al contrario, si parla di informazioni volutamente distorte da parte di chi sembra, in questa triste vicenda, volersi ergere ad una supposta moralità superiore e additare in questa maniera ad una forma di ludibrio donne che hanno vissuto un dramma.

Si preannunciano azioni legali da parte di associazioni e singole e sono azioni del tutto legittime nei confronti di chi ha violato in maniera a dir poco clamorosa e spudorata le norme in materia di privacy, ma anche regole etiche e di rispetto della persona umana, oltre alcuni principi statuiti nel nostro ordinamento quali il divieto di rivelare l’identità della donna sui dettagli delle pratiche eseguite, così come previsto dalla Legge 194 e il principio del "neminem laedere" di cui all’art. 2043 del Codice Civile. Immaginare le tombe su cui si trova il nome di una donna che ha sofferto è una forma di violenza che non può trovare giustificazione in alcuna forma di manifestazione di un pensiero opposto. Neppure il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti ritengo possa giungere a tanto.

Il fatto pone una serie di interrogativi, alcuni dei quali troveranno le dovute risposte nelle sedi giudiziarie: le denunce porteranno verosimilmente a condanne in sede penale e l’indagine avviata dal Garante per la Privacy determinerà sanzioni commisurate all’estrema gravità del fatto. Ma sorgono anche osservazioni di altra natura che coinvolgono il più generale problema della cultura della protezione del dato: problema che anche questa vicenda dimostra non essere assolutamente compreso nei suoi risvolti e nelle possibili ripercussioni a più livelli.

Probabilmente la disciplina della legge mortuaria, quella sull’interruzione della gravidanza e le normative che si sono susseguite in materia di protezione dei dati personali non sono coordinabili tra loro, considerato il loro susseguirsi e i diversi periodi di tempo in cui sono state emanate e le differenti esigenze di tutele che si proponevano. Se da un lato dovrebbe essere intanto il legislatore ad intervenire, è sicuro e lampante come il GDPR sia stato totalmente violato. Dando doverosamente atto che un feto non possa essere buttato in un cassonetto o smaltito come fosse un rifiuto ed abbia diritto ad un trattamento adeguato ad una società civile, quello di sbattere su una croce il nome della madre è un gesto oltre che illegale, inqualificabile. L’anonimato della madre e la riservatezza assoluta sui dati del feto devono essere garantiti.

Viene da chiedersi se e quali documenti siano stati fatti sottoscrivere ad una donna che ha subìto un aborto, spontaneo, terapeutico o volontario esso sia ma, più che altro, se in quel particolare momento una donna sia in grado di esprimere un consenso pieno e consapevole su che cosa potrà avvenire e del destino del feto. Anche chi non è medico è in grado di immaginare che cosa potrebbe provare la donna in quel momento, ma quanto a comprenderlo forse neppure lei lo può fare in quegli attimi.
Oltre alle responsabilità personali ed individuali di natura amministrativa, civile e verosimilmente di penale per chi abbia materialmente perpetrato questo scempio, dovranno essere accertate anche le responsabilità di carattere omissivo da parte degli enti preposti. La strada non solo sulla cultura della protezione dati, ma anche del rispetto altrui, è ancora lunga e in salita. Non è solo questione di GDPR, ma di civiltà.




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