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Un’azienda che delega l’identità a intermediari o algoritmi, sta cedendo potere e dati: il caso Fashion


giovedì 26 febbraio 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto



Il caso fashion rende visibile un problema che riguarda in realtà tutte le imprese, ben oltre i confini di un singolo settore. Quando si parla di identità, il dibattito tende a concentrarsi sulla reputazione o sull’immagine pubblica, ma per il management l’identità è prima di tutto una leva di governo: chi decide come viene usata, trasformata e sfruttata, decide anche dove si colloca il rischio.

Nel settore della moda questo meccanismo emerge in modo particolarmente chiaro perché l’identità è da sempre il cuore del valore economico. Il modello di model management si fonda su una delega ampia e continuativa a un intermediario che non si limita a eseguire istruzioni, ma gestisce scelte strategiche: contratti, posizionamento, utilizzo dell’immagine, rapporti con il mercato.

Con l’ingresso dell’intelligenza artificiale, delle repliche digitali e degli avatar, l’identità diventa un asset replicabile, riutilizzabile, potenzialmente sganciato dal controllo diretto del soggetto interessato. A quel punto la questione non è più solo contrattuale o lavoristica, ma riguarda il governo dei dati personali, delle finalità del trattamento e degli effetti economici e reputazionali nel tempo. Il problema non è la delega in sé. Ogni organizzazione delega. Il problema nasce quando la delega diventa opaca e irreversibile, quando chi delega non è più in grado di comprendere quali decisioni vengono prese, su quali basi e con quali conseguenze. Nel caso fashion, il rischio è più evidente: l’uso dell’immagine attraverso sistemi algoritmici può incidere sulla carriera reale della persona, ridurre opportunità di lavoro, modificare la percezione del mercato senza che vi sia un controllo effettivo o una reale possibilità di intervento. L’identità personale viene trasformata in una risorsa tecnica, governata da terzi, mentre il soggetto perde progressivamente potere decisionale.

Dalla passerella al board: l’identità trasformata in risorsa tecnica replicabile

Lo stesso schema è ormai diffuso nelle imprese che si considerano lontane da quel mondo. Un’azienda affida all’esterno la selezione del personale basata su sistemi di intelligenza artificiale, la valutazione delle performance, la comunicazione del brand, la gestione dell’immagine dei manager e dei dipendenti. Formalmente tutto è coperto da contratti, informative e policy. Sostanzialmente le decisioni vengono prese da modelli che il vertice aziendale non comprende, i dati vengono riutilizzati per addestramenti e profilazioni, l’identità digitale dell’organizzazione e delle persone che la rappresentano viene modellata da soggetti terzi. Quando emerge un problema, il management scopre di non avere il controllo dei processi né la capacità di spiegare perché una certa decisione è stata assunta.

La privacy come architettura di governo: riprendere il comando dei processi decisionali

In questo contesto la privacy non è un adempimento burocratico né un capitolo separato della compliance. È uno strumento di governo, perché costringe a chiarire chi decide, su quali dati, con quali limiti e con quali responsabilità. Quando l’identità, personale o aziendale, viene trattata come una risorsa delegabile senza un presidio reale, il rischio non è soltanto sanzionatorio. È strategico, organizzativo e reputazionale.

Il caso fashion funziona allora come un laboratorio anticipatore. Mostra cosa accade quando la tecnologia accelera, la delega si estende e la governance resta indietro. Non è un problema di moda, ma di struttura del potere decisionale nell’impresa digitale. La domanda che un amministratore delegato dovrebbe porsi non è se l’azienda sia formalmente compliant, ma chi stia realmente decidendo sull’identità dell’organizzazione e delle persone che la incarnano. Se la risposta non è chiara, la perdita di controllo è già iniziata.

Le aziende non perdono dati per errore. Li consegnano quando rinunciano a governare l’identità. E quando se ne accorgono, spesso, il danno è già incorporato nel modello di gestione.




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