GUARDA QUIhttps://accademiaitalianaprivacy.it/areaprivata/foto/2081/01.jpg
lunedì 16 febbraio 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto

Il GDPR è probabilmente lo strumento giuridico più potente che un’impresa abbia oggi per governare l’informazione, il rischio e le decisioni strategiche legate ai dati.
Non nasce come un insieme di obblighi amministrativi, ma come un sistema per costringere l’organizzazione a sapere cosa fa, perché lo fa e quali effetti produce. È una Ferrari.
Il problema è che, nella prassi quotidiana, viene quasi sempre guidata come un furgone: lentamente, con prudenza e solo per trasportare documenti. L’errore nasce da una sensazione di sicurezza che è puramente formale: “abbiamo fatto tutto”, “siamo compliant”, “abbiamo il DPO”, “abbiamo le informative”. È una sicurezza che rassicura, ma non governa. È la stessa sicurezza di chi possiede un mezzo ad altissime prestazioni e lo usa solo per fare consegne.
Il GDPR non è stato pensato per certificare che un’azienda è ordinata, ma per rendere un’azienda consapevole. Consapevole dei flussi informativi che muove, dei rischi che genera, delle responsabilità che assume. Qui il punto va riportato a terra con chiarezza giuridica: il Titolare del trattamento resta sempre l’unico responsabile delle scelte. Lui decide le finalità, sceglie i mezzi, assume il rischio e risponde degli effetti. Il DPO non sostituisce il Titolare, non governa al suo posto, non “mette in sicurezza” l’azienda.
Il DPO rende possibile una decisione informata, ma la decisione resta in capo a chi ha il potere e la responsabilità di decidere. Pensare che la privacy sia una delega è il primo fraintendimento strutturale del GDPR. La privacy è una presa di responsabilità, non una esternalizzazione della colpa. Quando il dato viene trattato come un problema legale da risolvere, il GDPR diventa un furgone. Quando il dato viene riconosciuto come una leva di sopravvivenza dell’impresa, il GDPR torna a essere una Ferrari.
Oggi i dati governano i processi, l’intelligenza artificiale, la relazione con i clienti, la reputazione e persino la continuità operativa. Se il Titolare non governa il dato, non governa nulla. E se non governa nulla, non sta amministrando un rischio giuridico, sta mettendo in discussione la propria stessa esistenza aziendale.
Il ruolo del DPO, in questo quadro, non è quello di timbrare la conformità, ma di rendere possibile il governo. Non è un controllore esterno, ma una funzione che consente al Titolare di vedere ciò che altrimenti resterebbe invisibile: i flussi, le interdipendenze, le conseguenze delle scelte tecnologiche e organizzative.
Ma questo può accadere solo se il Titolare accetta una verità semplice e spesso scomoda: “io ti aiuto, ma devi mettermi nelle condizioni di aiutarti”. Vuol dire accesso reale ai processi, coinvolgimento nelle scelte strategiche, presenza nella progettazione di piattaforme, modelli di AI, sistemi decisionali. Non chiamata a posteriori quando il problema è già esploso, ma presenza a monte, quando il problema può ancora essere evitato.
Se il DPO arriva dopo, può solo limitare i danni. Se arriva prima, può evitarli. Questa è la differenza tra usare il GDPR come un furgone e usarlo come una Ferrari. Nel primo caso si trasportano carte, si difende l’azienda dalle contestazioni, si resta immobili. Nel secondo caso si governa il rischio, si prendono decisioni consapevoli, si trasforma il dato in responsabilità organizzata. La privacy, così intesa, smette di essere una funzione difensiva e diventa una funzione di guida.
Il DPO non è il pilota. Il pilota è il Titolare.Il DPO è il navigatore che indica la strada, segnala i pericoli, misura le conseguenze delle scelte. Ma se il Titolare non tiene il volante, nessun navigatore può evitare l’uscita di strada. Il vero errore di chi si sente sicuro è confondere la conformità con il controllo. In un mondo governato dai dati, non controllare significa non governare, e non governare significa mettere a rischio la propria stessa sopravvivenza.
lunedì 16 febbraio 2026
Leggi tutto...
CONDIVIDI QUESTA PAGINA!