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lunedì 19 gennaio 2026
di Avv. Gianni Dell'Aiuto

I trade secrets stanno diventando uno degli strumenti più importanti per proteggere il patrimonio informativo delle aziende. Per chi si occupa di dati, privacy e governance digitale, comprenderli significa capire come si difende davvero l’innovazione in un’economia che vive di algoritmi, modelli predittivi, processi interni e informazioni che spesso non possono essere brevettate.
La verità è che oggi molte delle tecnologie basate sui dati non finiscono nei brevetti, ma in un cassetto molto più silenzioso: quello del segreto aziendale. Un trade secret è un’informazione che ha valore economico proprio perché non è conosciuta. Può essere una formula, un algoritmo, un metodo di trattamento dei dati, una procedura interna, una pipeline di machine learning o perfino una lista clienti. Questi elementi hanno valore solo se rimangono riservati.
Ed è qui che il mondo della privacy incontra in pieno quello della proprietà intellettuale: un trade secret non esiste se l’azienda non lo protegge con misure adeguate. Non è un titolo registrato, è un titolo sorvegliato.
La normativa europea richiede tre condizioni. La prima è la segretezza effettiva, che non significa mistero assoluto, ma che l’informazione non deve essere facilmente accessibile o conoscibile da persone che operano nello stesso settore. La seconda è il valore economico derivante proprio dalla segretezza. La terza è l’adozione di misure concrete e proporzionate per proteggerla.
Ed è qui che l’esperto di privacy entra in gioco con un ruolo decisivo, perché la logica è la stessa che governa la protezione del dato personale. Occorre stabilire chi accede, perché accede, con quali credenziali, con quali controlli, con quali policy, con quali sistemi di audit. Senza queste misure il segreto non esiste giuridicamente, anche se l’informazione è preziosa.
Per molte imprese il trade secret è più utile e più flessibile del brevetto. Protegge la tecnologia senza doverla rivelare a terzi. Riduce tempi e costi. Non ha scadenza, se l’azienda continua a mantenerlo riservato. È lo strumento ideale per tutto ciò che riguarda i dati e i modelli basati sui dati, specialmente quando i processi di sviluppo sono rapidi e difficili da racchiudere in una descrizione tecnica univoca come richiederebbe un brevetto. Il vero problema nasce quando il trade secret viene sottratto.
Nel contesto digitale la fuga di informazioni non è più un episodio sporadico ma un rischio strutturale. Un ex dipendente che esporta file su una chiavetta, un fornitore che replica un algoritmo, un partner commerciale che utilizza informazioni interne oltre i limiti contrattuali. Sono scenari sempre più frequenti e spesso più dannosi di un data breach, perché coinvolgono la perdita del cuore competitivo dell’azienda. Le cause per misappropriazione di segreti aziendali sono in crescita in tutta Europa, perché in molti casi questo meccanismo è più rapido ed efficace di un contenzioso brevettuale.
Per i professionisti della privacy, questo significa che la protezione del dato non si esaurisce nel GDPR. Una piattaforma algoritmica, un dataset strutturato, una procedura di cleaning dei dati, una logica di scoring, una strategia di implementazione dell’intelligenza artificiale possono essere trade secrets a tutti gli effetti. E devono essere trattati come tali, con misure tecniche e organizzative specifiche. È un cambio di mentalità: non solo compliance, ma difesa competitiva.
Il futuro del contenzioso tecnologico europeo si muoverà sempre più su questa linea di confine. Da una parte la protezione dei dati personali; dall’altra la protezione dei dati aziendali strategici. Il professionista che saprà collegare queste due dimensioni offrirà alle imprese un valore che va oltre la conformità normativa. Offrirà protezione reale.
giovedì 8 gennaio 2026
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